Racconto di route in Abruzzo

… E perché una route IN BICI in Abruzzo?
Diamo la parola ai ragazzi del “Clan Pasubio” – Schio 6 (Vicenza), che ci raccontano i loro giorni trascorsi tra le nuvole, i sassi e .. il mare!
Grazie, ragazzi, per aver condiviso i vostri pensieri con noi e…. Buona Strada!

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Ed eccoci qui, noi del clan del Pasubio dello Schio6, il 20 luglio, pronti a partire per la route. A Schio (VI) abbiamo caricato le bici, siamo montati in autobus e siamo partiti per quello che sarebbe diventato il nostro percorso attraverso l’Abruzzo, tra le montagne e fino al mare, a Cupra marittima, per un totale di più di 300 km.
La route per noi è un’esperienza che ci premette di coltivare la nostra autonomia e che viviamo come esperienza di crescita. Questo percorso non è stato progettato solo (e comunque non è poco) per i paesaggi e i luoghi che saremmo andati a conoscere, ma anche con lo scopo di portare avanti quello che è stato il capitolo di quest’anno e che abbiamo concluso in route. Il fulcro centrale del tema riguarda noi stessi e l’obiettivo è una riscoperta personale, fin nel profondo del nostro io, per poi rialzare lo sguardo verso il futuro: chi siamo senza maschere? Quali sono i valori a cui teniamo di più e come intendiamo portarli avanti negli ambienti di cui facciamo parte, soprattutto i meno facilitanti? Messi a nudo, perché, come e in che modo desideriamo cambiare?
Il nostro percorso è iniziato da Amatrice, un luogo ancora profondamente segnato dal terremoto del 2016 e che ha dato una spinta ad ognuno di noi. Il corso principale è in parte ancora raso al suolo e appena si smette di parlare ci si rende conto di quanto nell’aria regnasse il silenzio…ci si può chiedere come fosse prima, lo si può provare a immaginare, si può provare a capire, ma nessuno di noi può comprenderlo fino in fondo.
Il giorno dopo è stato il fatidico: c’è stata la partenza vera e propria. Abbiamo preso la bici, siamo montati in sella e ci siamo diretti verso L’Aquila, che abbiamo raggiunto dopo vari sali scendi e non poco accaldati. Il giorno seguente abbiamo speso la mattinata con Ruggero, aquilano doc, che ci ha parlato della città e ci ha portato attraverso quelli che sono o erano i luoghi più significativi: la piazza, l’ex casa dello studente, il ponte Belvedere e la basilica di Santa Maria di Collemaggio. È complicato immaginarla prima di tutto, L’Aquila ci è apparsa come un gigantesco cantiere che anche col passare degli anni probabilmente non tornerà più come prima. Sono passati 10 anni ma pochi da fuori sanno quanto lavoro serve ancora e soprattutto quanto c’è bisogno di cittadini che la abitino e che la facciano tornare una città viva… Questo ci ha dato da pensare. È impressionante come, in un attimo, la tua vita e quella delle persone a te più care possa cambiare radicalmente, costringendoti a ripartire da zero, perché quello che ti circondava da anni non è più scontato, e, anzi, forse perso del tutto.
Il pomeriggio siamo andati a Campo Imperatore in funivia (con le bici) per poi lanciarci giù come dei dannati contro il vento della discesa. C’è poco da dire, non si pensava che certi posti ci fossero in Italia. Il paesaggio era morbido, all’orizzonte l’impronta dell’uomo è assente se non per la strada che abbiamo percorso e che ci passa attraverso, vieni preso dalla voglia di perdertici dentro e non trovare più la via per tornare a casa! Sbalorditivo, affascinante.
I giorni a seguire sono stati un progressivo scendere verso il mare, che abbiamo costeggiato per tutti gli ultimi due dì, il 26 e il 27. Fino a quelle date abbiamo avuto molti episodi da ricordare, tra cui l’hike del 24: un’attività che consiste nel chiedere ospitalità per una notte, con cena e colazione offerta, ai cittadini del posto in cui decidiamo di farlo, divisi tra di noi a coppie oppure a triplette. C’è stato chi ci ha messo di più e chi meno ma alla fine tutti quanti abbiamo trovato delle persone disponibili ad accoglierci e siamo rimasti colpiti per la loro gentilezza e il modo che hanno avuto per farci sentire praticamente parte della famiglia.
In conclusione si può dire che questa route è stata vissuta da tutti pienamente, sia per gli splendidi paesaggi che non ci aspettavamo di trovarci davanti, sia a livello personale. Le riflessioni nate ad Amatrice, a L’Aquila e le nuove conoscenze (inaspettate) che siamo riusciti a fare con gli abitanti di alcuni paesi durante il viaggio si sono aggiunte e mescolate con quelle pensate per il tema del nostro capitolo, per il quale ogni sera discutevamo e ci confrontavamo, con lo scopo di poter arrivare e chiederci chi vogliamo veramente diventare spogli di maschere e coscienti di esse. Ognuno di noi è tornato arricchito e quella terra che insegna a stare “sempre pronti” ma anche a lasciarsi emozionare e trasportare da ciò che incontra il nostro cuore sicuramente ha fatto la sua parte.

AGESCI VENETO

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